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E’ difficile pensare i versi di Giorgio Grassi in una lingua (e uso la parola “lingua” non a caso) che non sia il genovese. Perché la rotondità e la morbidezza di suono del genovese, la cantilena musicale che scivola via docile e priva di asperità, è la voce più adatta per la dolce malinconia del Poeta. Malinconia che affonda le proprie radici nel carattere stesso dei liguri, in quel loro essere così piantati e fieri sui loro monti e affascinati al tempo stesso dalla sirena del mare che chiama verso orizzonti lontani.
Malinconia da vero poeta, corda esacerbata e sensibile che risuona ai contrasti della vita: la fragilità della vecchiaia e il rimpianto della gioventù, il presente e i ricordi, la nostra sazia normalità e l’inferno di emarginazione che ogni tanto scorgiamo nella barbona, nel tossico, nel travestito. E tutto si conclude nella contraddizione più grande, quella che nei secoli ha ispirato i versi più dolenti e sofferti, ma anche i più ispirati: com’è grande la fatica di vivere. Ma come è bella la vita.
Susanna Aroldi
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